Sgomberiamo subito il campo da un gigantesco, rassicurante equivoco: se aprite Brutto e cattivo. La storia del ragazzo che ha visto la vera faccia del mondo aspettandovi la rassicurante pacca sulla spalla, tipica della manualistica motivazionale odierna, o il messaggino della buonanotte da bacio perugina, avete clamorosamente sbagliato scaffale. E forse, a ben guardare, avete sbagliato anche secolo. In un panorama editoriale e sociale saturo di storie “ispirazionali” pre-confezionate – quelle scritte in provetta per farci sentire esseri umani migliori mentre sorseggiamo un cappuccino di soia scorrendo un feed – l’esordio letterario di Raffaele Capperi irrompe con la delicatezza di un tir in corsa contromano. Questo libro non è una coccola, è un referto autoptico della nostra civiltà. È una recensione esclusiva di un’opera che non ha nulla di edulcorato, ed è proprio per questo che risulta maledettamente necessaria per capire in che razza di abisso ci siamo cacciati.
L’inganno del cinema e la pornografia del dolore spettacolarizzato
Tutti noi, ipocriti benpensanti, abbiamo pianto comodamente seduti sulle poltrone del cinema guardando Wonder. Abbiamo empatizzato con il piccolo Auggie, ci siamo sentiti nobili, inclusivi, profondamente e inequivocabilmente “buoni”. Poi le luci in sala si sono accese, abbiamo buttato il cartone dei popcorn e siamo tornati alle nostre vite. Se un “Auggie” in carne e ossa ci fosse passato accanto per strada dieci minuti dopo, nove su dieci di noi avrebbero distolto lo sguardo. O peggio, avrebbero bisbigliato qualcosa all’orecchio del vicino, mascherando il ribrezzo con la finta pietà. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek definisce questo fenomeno come interpassività: paghiamo un biglietto del cinema affinché lo schermo pianga e soffra al posto nostro, delegando all’opera d’arte il nostro dovere morale, per poi tornare a casa purificati ma senza aver mosso un dito nella realtà. Raffaele Capperi, nato con la Sindrome di Treacher Collins, fa esattamente l’opposto: strappa lo schermo. Ci racconta cosa succede quando i titoli di coda finiscono, la cinepresa si spegne e inizia la vita vera, quella in cui il lieto fine non è garantito da una sceneggiatura hollywoodiana. È il “Reale” traumatico di cui parlava Jacques Lacan: quell’elemento disturbante che resiste a ogni simbolizzazione, che non può essere addomesticato, e che per questo ci terrorizza.
La dittatura del “levigato” e l’espulsione dell’Altro
La forza di questo libro non risiede in chissà quale architettura stilistica complessa, e per fortuna. La penna di Capperi è asciutta, spigolosa, a tratti chirurgica. Non c’è spazio per la retorica del vittimismo quando devi raccontare di aver passato l’infanzia a nasconderti dagli specchi, lavandoti il viso alla cieca. In questo senso, Brutto e cattivo è un trattato sociologico involontario che incarna alla perfezione le diagnosi del filosofo contemporaneo Byung-Chul Han. Nel suo saggio La salvezza del bello, Han spiega come la nostra epoca sia dominata dall’estetica del “levigato” (lo schermo dello smartphone, la pelle filtrata su Instagram, le sculture di Jeff Koons). Il levigato non offre resistenza, scivola via, non ferisce. Il volto di Raffaele Capperi, con i suoi otto interventi chirurgici, le sue asimmetrie e le sue cicatrici, è un cortocircuito in questo sistema. È il rifiuto biologico della patinatura. Ancora di più, la storia di Capperi è la dimostrazione pratica di quella che Han chiama L’espulsione dell’Altro. La società odierna non tollera più l’alterità, il diverso, ciò che non è immediatamente consumabile e condivisibile sotto forma di like. Capperi viene inizialmente espulso perché la sua mera esistenza ricorda alla società la fragilità della carne e l’imprevedibilità del caso.
La banalità del male in formato Social e lo sciame senza volto
Ma il vero capolavoro di spietata lucidità, l’autore lo raggiunge quando affronta il capitolo del bullismo. Dimenticate il classico bullo da cortile, quello fisiologico degli anni ’80 che ti rubava la merenda. Capperi ci sbatte in faccia la codardia 2.0, una brutalità asettica e vigliacca. Ci racconta di un adescamento online orchestrato tramite un finto profilo Facebook. Un’illusione d’amore costruita a tavolino da compaesani solo per estorcergli una foto intima, poi stampata e appesa nei bagni pubblici del paese o attaccata ai finestrini delle auto in corsa. Non si tratta più solo di bullismo; questa è la digitalizzazione del Panopticon di Michel Foucault, in cui il controllo e la punizione non arrivano dall’alto, ma orizzontalmente, da ogni angolo della piazza. Siamo di fronte a quello che Zygmunt Bauman inquadrava nella logica della Società Liquida, in cui l’etica si dissolve, ma soprattutto a quello che Umberto Eco paventava e che la filosofia contemporanea definisce “l’azione dello sciame digitale”. Nello sciame, l’individuo perde il volto e la responsabilità. Chi ha appeso quelle foto non ha dovuto guardare Raffaele negli occhi. La violenza diventa un meme, il dolore altrui un contenuto virale da consumare ridacchiando. Leggendo quelle pagine, non provi solo pena per Raffaele; vieni assalito da un profondo, insopprimibile disgusto per la miseria antropologica di chi ha orchestrato quello scempio.
L’arma non convenzionale. L’imperdonabile e l’oltreuomo della gentilezza
Se la prima parte del libro è una discesa agli inferi dell’estetica e del pregiudizio, la seconda è un inaspettato manuale di guerriglia psicologica. Dopo aver mangiato polvere e fango, ci si aspetterebbe un Capperi furioso, un “Joker” nichilista, forgiato dal trauma e pronto a dar fuoco a una società che lo ha trattato da scarto organico. E invece, il colpo di scena. L’autore sfodera l’arma più destabilizzante, eversiva e punk che potesse concepire: il perdono tramite la gentilezza. Attenzione: Brutto e cattivo smonta il mito del perdono come atto di passività o di pietismo cattolico da parrocchia. Il filosofo Jacques Derrida ha scritto pagine magistrali su questo tema, sostenendo che il vero perdono consiste nel perdonare l’imperdonabile. Se perdoni qualcosa di scusabile, non è vero perdono, è solo uno scambio sociale. Capperi fa esattamente questo: perdona ciò che per la logica comune dovrebbe essere imperdonabile. Non lo fa perché i suoi aguzzini lo meritino. Lo fa perché è un atto sovrano, profondamente Nietzschiano. Liberandosi dal ressentiment (il risentimento rancoroso dello schiavo), Raffaele compie il gesto dell’Oltreuomo. Si erge al di sopra della miseria dei suoi carnefici, non lasciando che il loro veleno detti la sua agenda emotiva. Li perdona per sterilizzarli, per declassarli a quello che realmente sono: non mostri potenti, ma individui pateticamente fragili, incapaci di affrontare il mondo senza la corazza della crudeltà di branco. La sua scelta di sorridere è un atto di resistenza biopolitica: il mio volto è mio, la mia gioia è mia, e voi non avrete nessuna delle due.
Il Verdetto. Lo specchio in frantumi
Brutto e cattivo è un libro che scortica le coscienze senza chiedere permesso. Non si legge per trovare consolazione ruffiana prima di dormire, si legge per svegliarsi dal torpore. Raffaele Capperi non ci chiede di compatirlo, né vuole essere il nostro santino da esibire per ripulirci la coscienza. Ci lancia una sfida feroce: ci costringe a specchiarci in lui per chiederci quante volte, nella nostra vita quotidiana, nascosti dietro la comoda trincea dei nostri volti simmetrici e delle nostre vite ordinarie, siamo stati noi quelli “brutti e cattivi” dentro. Un’opera cruda, onesta fino a sanguinare, che fa a pezzi a mani nude l’ipocrisia della nostra società dell’immagine, smascherando la dittatura dell’apparenza. Da leggere, da far leggere nelle scuole in modo obbligatorio, da tenere sul comodino come un promemoria affilato come una lama: la vera, incurabile mostruosità non ha mai abitato sulla superficie di un volto, ma risiede sempre e solo nello sguardo di chi giudica.












