La Parola come Atto, Adattamento e Rivelazione. Orizzonti evolutivi e giochi linguistici ai margini di Pragmasophia 5

di Francesco Rizzo

Sullo sfondo luminoso e stratificato del Duomo di Messina, crocevia storico di culture, dominazioni e innumerevoli linguaggi, si staglia il denso programma della quinta edizione di Pragmasophia, la Conferenza Internazionale su Pragmatica e Filosofia. Scorrere la fitta e rigorosa griglia degli interventi previsti dall’11 al 14 maggio 2026 non è un semplice e arido esercizio di consultazione accademica, ma un autentico invito a calarsi nelle profondità vertiginose di quello che ci rende, essenzialmente, biologicamente e culturalmente, animali umani: la nostra inesauribile, complessa e talvolta opaca capacità di agire attraverso il tessuto del linguaggio.

Ospitata dal Dipartimento di Scienze Cognitive, Psicologiche, Pedagogiche e degli Studi Culturali (COSPECS), questa assise si configura come un sismografo privilegiato per registrare i mutamenti di paradigma nella comprensione della mente umana. Non è un caso che una tale costellazione di pensatori si riunisca sullo Stretto, un luogo che è da sempre metafora di interfacce turbolente, di correnti che si incontrano e si scontrano, proprio come accade nel perenne negoziato del significato che chiamiamo “comunicazione”.

L’eredità di Wittgenstein. Il gioco linguistico oltre il solipsismo

Se c’è un’ombra formidabile e benevola che si allunga sui tavoli di questa conferenza, è indubbiamente quella del secondo Ludwig Wittgenstein, il pensatore che ha scardinato dall’interno l’edificio della logica pura per restituirci la carne viva della parola. La pragmatica contemporanea, in fondo, rappresenta l’eredità più matura, sistematica e rigorosa di quella dirompente intuizione wittgensteiniana formulata nelle Ricerche Filosofiche: «Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio».

Osservando le sessioni plenarie e parallele – che vedono alternarsi figure del calibro di Kasia Jaszczolt, Marina Sbisà, Marco Mazzone e Pietro Perconti – emerge con chiarezza cristallina come la filosofia del linguaggio contemporanea abbia definitivamente e irreversibilmente abbandonato il mito di una semantica algida, pura, isolata dal contesto d’uso e dalle intenzioni dei parlanti. Le parole non sono più concepite come specchi passivi che riflettono stati di cose nel mondo (come voleva il giovane Wittgenstein del Tractatus), ma come strumenti in una cassetta degli attrezzi, leve, atti performativi che modificano l’ambiente sociale.

Quando studiosi come Marina Sbisà indagheranno le dinamiche dell’azione linguistica, portando avanti la gloriosa tradizione di J.L. Austin, o quando Alessandro Capone e Paolo Labinaz dissezioneranno i meccanismi dell’implicito, staranno di fatto mappando le regole non scritte di innumerevoli giochi linguistici, radicati in quella che Wittgenstein chiamava, con un’espressione tanto feconda quanto elusiva, una “forma di vita” condivisa. Il linguaggio non è un’attività privata, ma una pratica intrinsecamente pubblica e normativa.

L’impalcatura evolutiva. Il grande dilemma tra Darwin e Wallace

Eppure, il filosofo non può fermarsi all’analisi concettuale. La “forma di vita” umana non è un dato platonico caduto dal cielo, né un costrutto meramente culturale. Ed è qui che lo sguardo dell’epistemologo deve necessariamente e coraggiosamente incrociare quello del naturalista e del biologo evoluzionista.

Perché siamo in grado di comprendere le intenzioni non dette, leggendo letteralmente “tra le righe” dei proferimenti dei nostri simili? Perché il nostro linguaggio è così straordinariamente ricco di sfumature pragmatiche, di ironia, di significati traslati, di cortesia e di manipolazione? La risposta a questi interrogativi affonda le radici nella nostra filogenesi profonda. Come Charles Darwin aveva genialmente intuito ne L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, e come Alfred Russel Wallace aveva invece drammaticamente problematizzato di fronte all’apparente “abisso” inspiegabile della mente umana, l’intelligenza superiore e il linguaggio articolato non sono emersi in un vuoto ecologico, né per un improvviso salto spirituale.

Wallace, pur essendo il co-scopritore della selezione naturale, inciampò proprio sul cervello umano, ritenendo che una struttura così complessa (capace di matematica astratta e di sinfonie) non potesse essere spiegata solo dalla mera sopravvivenza nella savana pleistocenica, invocando l’intervento di una “Intelligenza Superiore”. La pragmatica cognitiva odierna risponde indirettamente a questo antico dilemma wallaceano: la complessità del nostro cervello non serviva (solo) per cacciare o raccogliere bacche, ma per navigare nell’ambiente più ostile, mutevole e complesso che l’ominide avesse mai incontrato: gli altri ominidi.

Il linguaggio è il prodotto di una fortissima pressione selettiva verso la cooperazione, l’inganno tattico e la decodifica rapida ed efficiente degli stati mentali altrui (la cosiddetta Teoria della Mente). Ogni atto comunicativo che verrà analizzato in questa quattro giorni messinese – dai contributi sull’espressivismo di Mitchell Green a quelli sulle implicature di Edoardo Vallauri, fino alle analisi sullo sviluppo cognitivo di Zsuzsanna Schnell e Gabriella Airenti – è il risultato di un adattamento biologico prodigioso. L’ipotesi del “cervello sociale” ci insegna che la nostra capacità di “fare cose con le parole” ha garantito la sopravvivenza e il successo riproduttivo della nostra specie in misura nettamente superiore rispetto alla robustezza scheletrica o all’acuità visiva. La pragmatica è, in ultima e radicale istanza, la biologia dell’interazione sociale tradotta in codici simbolico-culturali.

L’Interfaccia sintassi-pragmatica e la memoria di Istvan Kecskes

Il programma di Pragmasophia 5 si presenta dunque come un ecosistema intellettuale vibrante e multidimensionale. Merita una menzione speciale la dedica della conferenza “In Memory of Istvan Kecskes”, pioniere della pragmatica socio-cognitiva. Kecskes aveva compreso, anticipando molte direttrici attuali, che il significato non è né interamente pre-codificato nella grammatica (come vorrebbero i riduzionisti sintattici), né creato ex nihilo in ogni interazione, ma emerge da una delicata tensione tra l’esperienza pregressa (l’intenzionalità a priori del parlante) e la situazione attuale (l’intenzionalità emergente). Un approccio che fa da ponte tra le scienze cognitive interne e la sociolinguistica esterna.

Questa tensione è mirabilmente rappresentata nel programma. Si passa dalle questioni di filosofia pura all’interfaccia dura con la sintassi, come ben testimoniato dal workshop di Alessandra Giorgi (“Pragmatics-Syntax Interface”). L’indagine su come i dispositivi grammaticali codifichino informazioni pragmatiche, o su come, parallelamente, particelle apparentemente marginali modulino l’intero impianto del discorso, ci dimostra che l’architettura della mente non è fatta di moduli stagni, ma di sistemi altamente interconnessi. Le presentazioni di studiosi come Yael Sharvit, Livia Colace, Richard Warner e Michael Nelson esploreranno queste zone di confine, lì dove la rigidità della regola cede il passo alla fluidità del contesto.

Il miracolo cognitivo quotidiano (MCQ)

In definitiva, la presenza di un parterre di relatori così eterogeneo e internazionale a Messina ci offre una diagnosi chiara dello stato dell’arte: il mistero di come il mero suono fisico si faccia senso condiviso, e di come questo senso generi, a sua volta, una cascata di azioni tangibili nel mondo materiale, rimane il problema filosofico e scientifico per eccellenza del nostro secolo. Questa conferenza ci impone di ricordare che parlare non è mai un atto neutro, inerte o innocente. È un perenne frammento di evoluzione in atto. È un gioco di posizionamento sociale, una negoziazione continua della realtà, un tentativo incessante di accordare le nostre soggettività isolate. Un miracolo cognitivo e adattativo quotidiano che, proprio come la complessa ed elegante architettura della Cattedrale che svetta fiera nella locandina del convegno – sopravvissuta a terremoti fisici e storici – richiede tempo, fatica collettiva e un’inesauribile e ostinata tensione umana verso la comprensione reciproca.

https://pragmasophia2026.wordpress.com/?fbclid=IwY2xjawRponlleHRuA2FlbQIxMABicmlkETAxT1R1THF0QnFqSEJhZ1hVc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHoTnLCATYYoKD4QpqpjYvxv5J1eLdt9uiRfLhX_kzQTd8oCYIt_YUct4jZs2_aem_emkXU5oNofTHADwd3nMI2g

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Francesco Rizzo
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