Lo specchio, il pregiudizio e il sorriso. Perché la storia di Raffaele Capperi ci riguarda tutti. Liceo Pirandello di Bivona di Agrigento

di Francesco Rizzo

Lunedì 11 maggio, alle ore 11, presso l’Aula Magna del plesso Panepinto

Il coraggio di guardare lo specchio (e di sputarci sopra). Oltre Wonder, la realtà che bussa alle nostre porte scolastiche. Parliamoci chiaro. Viviamo nell’epoca della dittatura dell’estetica, un’era in cui un filtro su Instagram vale infinitamente di più dello spessore di un’anima. In questo teatrino delle vanità, dove siamo tutti ossessionati dalla ricerca di una perfezione di plastica, arriva Raffaele Capperi e ci tira un ceffone a mano aperta. E lo fa con un libro dal titolo che è già una provocazione, un manifesto: Brutto e cattivo. Se state cercando la solita favoletta strappalacrime o il classico manuale motivazionale ruffiano, posate questo libro e tornate a scorrere i social. Capperi non è qui per consolarci, né per elemosinare la nostra pietà. È qui per metterci a nudo. È qui per sviscerare una realtà che ci ostiniamo a ignorare o, peggio, a edulcorare con il buonismo d’ordinanza.

Lunedì 11 maggio, alle ore 11, presso l’Aula Magna del plesso Panepinto, non avremo a che fare con un personaggio in cerca d’autore o con l’ologramma di un attore hollywoodiano. Incontreremo un ragazzo in carne, ossa e cicatrici. Un ragazzo che ci sbatte in faccia la brutalità di un mondo che ha paura della diversità. Molti di voi, stimati colleghi, conoscono la struggente storia di Auggie, il piccolo protagonista del film Wonder. Un’opera indubbiamente toccante, che ha il merito di aver acceso i riflettori sulla Sindrome di Treacher Collins. Ma Wonder è cinema. È Hollywood. È la lacrima a comando con il lieto fine assicurato dalla sceneggiatura. Raffaele Capperi è la vita vera. È la testimonianza vivente, pulsante e straordinariamente graffiante di chi, quella stessa sindrome, se la porta addosso ogni santissimo giorno, affrontando gli sguardi giudicanti, i sussurri alle spalle, la crudeltà di chi non accetta chi non rientra nei canoni imposti dalla società dell’immagine.

La fiaba capovolta e il mostro che è in noi 

Il titolo del suo libro, Brutto e cattivo, è esso stesso una rasoiata. È l’etichetta che la società affibbia con estrema facilità a chi sfugge alla norma, a chi ha il “torto” di nascere con la faccia del “cattivo” nei film della Disney. Capperi ci prende per mano e ci porta all’asilo, nel momento esatto in cui scopre di non essere “normale”. Non guardandosi allo specchio, attenzione, ma leggendo il terrore negli occhi di una bambina che, alla sua vista, scappa via piangendo disperata. È una scena che ti gela il sangue nelle vene, raccontata con una lucidità disarmante, senza filtri o compiacimenti vittimistici. Ed è proprio qui che il libro, e la presenza stessa di Raffaele, diventano un atto d’accusa potentissimo. Il vero mostro non è lui, con i suoi otto interventi chirurgici e il volto segnato. Il mostro è chi guarda. È la superficialità di chi si ferma all’apparenza, è l’incapacità di andare oltre l’involucro. È il bullismo spietato che ha subito: i profili social falsi creati per deriderlo, le foto intime diffuse con malizia, gli insulti sussurrati o gridati. Cose che non si augurano a nessuno e che per lui sono state pane quotidiano.

Un lavoro instancabile per un’educazione che fa male, ma guarisce 

Voglio soffermarmi, in questa sede, sull’instancabile e lodevole lavoro del nostro Dirigente Scolastico e del corpo docente tutto. L’organizzazione di questo incontro non è una banale passerella, né un vuoto esercizio retorico. È la dimostrazione di una scuola che non si nasconde dietro a un dito, che decide di affrontare le tematiche scomode, quelle che bruciano, quelle che, spesso, come educatori, temiamo di non saper gestire o maneggiare con la dovuta cura.

L’incontro di lunedì non sarà la solita predica soporifera contro il bullismo, con le solite frasi fatte che i ragazzi si lasciano scivolare addosso. Sarà un cazzotto nello stomaco, un’occasione imperdibile per riflettere e capire una verità scomoda, eversiva: non è Raffaele a dover cambiare volto per essere accettato. Non è lui a doversi omologare. Siamo noi, e soprattutto i nostri studenti, a dover cambiare lo sguardo. Dobbiamo estirpare la radice del pregiudizio, insegnare a guardare la persona e non la sua presunta “deformità”.

La rivoluzione della gentilezza e l’invito all’azione 

Come educatori, abbiamo un dovere morale: preparare i nostri ragazzi a questo incontro. Vi invito, colleghi, e l’invito è esteso a tutti, non solo ai docenti di Lettere o Educazione civica (perché la formazione umana non ha confini disciplinari), a lavorare in classe. Un ottimo punto di partenza potrebbe essere proprio la visione di Wonder, per poi decostruirlo, per far capire la differenza tra la finzione cinematografica e la brutalità della realtà che Raffaele incarna.

Prepariamoli a fare domande, anche quelle più spigolose, ma soprattutto educhiamoli all’ascolto. Invitiamoli a non abbassare gli occhi per imbarazzo o, peggio, per pietà. Chiediamo loro di sostenere lo sguardo di Raffaele. E di farlo con un sorriso. Perché è proprio questo il primo, vero e autentico atto di ribellione contro il bullismo. Non la pietà, ma l’accoglienza.

La risposta di Capperi al dolore e alla violenza subita non è il rancore, ma la gentilezza. È una scelta punk, sovversiva. Una gentilezza che perdona chi è stato carnefice, riconoscendone la fragilità. È questa la lezione che i nostri studenti devono apprendere: che si può sopravvivere al buio e uscirne migliori, disarmando l’odio con il sorriso.

Grazie a tutti per la collaborazione. Sarà un incontro che lascerà il segno.

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Francesco Rizzo
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