di Francesco Rizzo
L’elezione che ha cambiato la Storia
L’8 maggio 2025 rappresenta una data di cesura epocale nella bimillenaria storia della Chiesa Cattolica. In quel piovoso pomeriggio primaverile, al quarto scrutinio di un conclave breve ma intensissimo, il Collegio Cardinalizio ha eletto al soglio di Pietro il cardinale Robert Francis Prevost. Assumendo il nome di Papa Leone XIV, in esplicito e riverente omaggio a Papa Leone XIII e alla sua dottrina sociale (Rerum Novarum), il nuovo pontefice ha immediatamente infranto una serie di secolari e radicati tabù geopolitici ed ecclesiastici. Egli è infatti il primo Papa nella storia a provenire dagli Stati Uniti d’America (la prima superpotenza mondiale, fino ad allora ritenuta “ineleggibile” per ragioni di equilibrio diplomatico), il secondo pontefice originario del continente americano dopo l’argentino Jorge Mario Bergoglio, e il primissimo successore di Pietro ad appartenere al venerabile Ordine mendicante di Sant’Agostino. In virtù dei suoi lunghi decenni trascorsi come missionario, egli possiede inoltre la cittadinanza della Repubblica del Perù, ponendosi come una straordinaria figura di sintesi tra il pragmatismo del Nord e il fervore spirituale e le ferite del Sud del mondo.
I. Le radici e la formazione. Un crogiolo Americano
Robert Francis Prevost è nato il 14 settembre 1955 (festa dell’Esaltazione della Santa Croce) a Chicago, nel quartiere di Bronzeville. La sua complessa e ricchissima genealogia è uno specchio fedele del pluralismo statunitense: nelle sue vene scorre sangue francese, italiano (precisamente siciliano), spagnolo e creolo della Louisiana. Cresciuto nel colto quartiere di Hyde Park, fu profondamente influenzato dall’esempio morale dei genitori. Il padre, Louis Marius Prevost, veterano della Marina che aveva partecipato allo sbarco in Normandia, dedicò il dopoguerra all’istruzione pubblica divenendo sovrintendente scolastico. La madre, Mildred Agnes Martínez, di radici creole nere, lavorò come insegnante e bibliotecaria, instillando in lui un amore inesauribile per lo studio e la verità. In questo ambiente poliglotta e culturalmente vivace, il giovane Robert apprese a padroneggiare l’inglese, lo spagnolo, l’italiano, il francese, il portoghese, oltre al latino classico e al tedesco accademico. La sua vocazione religiosa si intrecciò saldamente con una mente analitica. Dopo aver conseguito una laurea in matematica alla Villanova University nel 1977, entrò ufficialmente nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino. Il suo percorso formativo fu segnato da un’immediata propensione verso la carità attiva, culminata nell’educazione pastorale clinica a Minneapolis, a contatto con i malati terminali. Conseguito il Master of Divinity presso la Catholic Theological Union di Chicago, fu ordinato diacono nel 1981 e, successivamente, presbitero a Roma il 19 giugno 1982. Nella capitale della cristianità si immerse negli studi di diritto canonico presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum), conseguendo il dottorato nel 1987 con una rigorosa tesi sul ruolo e l’autorità dei priori agostiniani.
II. Il crogiolo Peruviano. Missione, diritti umani e giustizia
Il cuore di Prevost, tuttavia, batteva per l’evangelizzazione in prima linea. Nel 1985 lasciò l’accademia romana per la dura missione in Perù, nella prelatura di Chulucanas, dove dovette subito affrontare le devastazioni climatiche provocate dal Niño. Trasferitosi a Trujillo, diresse per un decennio il seminario locale, promuovendo coraggiosamente la “peruvianizzazione” del clero agostiniano, fino ad allora dominato da missionari stranieri. Fu in questa cornice andina che la sua teologia si arricchì grazie all’amicizia e al confronto con Gustavo Gutiérrez, pioniere della teologia della liberazione. Gli anni peruviani furono funestati dalla violenza. Prevost non si limitò al ruolo di pastore sacramentale, ma divenne un fiero e impavido difensore dei diritti umani. Cavalcando verso i villaggi andini più remoti, si oppose con coraggio sia al terrorismo di matrice maoista di Sendero Luminoso, sia alle brutali repressioni del regime dell’allora presidente Alberto Fujimori, denunciando i massacri del Gruppo Colina. La sua tempra morale si dimostrò inossidabile e refrattaria al compromesso politico, giungendo a condannare pubblicamente nel 2017 l’indulto concesso a Fujimori.
III. Il governo dell’Ordine e l’incontro con Bergoglio
Le straordinarie doti di leadership di Prevost lo ricondussero negli Stati Uniti nel 1998, quando fu eletto Priore Provinciale a Chicago. In questa veste affrontò con rigore la dolorosa gestione del caso di abusi del sacerdote James Ray, ponendolo sotto rigida supervisione prima di allontanarlo definitivamente dopo l’entrata in vigore della “Carta di Dallas”. Nel 2001, la stima internazionale lo portò a essere eletto Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino, incarico che mantenne a Roma per due mandati, fino al 2013. Fu durante questi anni di governo globale che, nel 2004, durante una visita pastorale a Buenos Aires, incontrò per la prima volta l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio. Sebbene le ricostruzioni storiche indichino che i primi colloqui furono contrassegnati da incomprensioni e differenze di vedute, i due uomini di Chiesa riuscirono nel tempo a sanare le divergenze, edificando una solida stima reciproca fondata sull’amore condiviso per gli ultimi e per la radicalità evangelica. Rientrato a Chicago nel 2013 come formatore, Prevost fu sorprendentemente richiamato da Papa Francesco l’anno successivo.
IV. L’episcopato a Chiclayo. Il pastore sinodale e la lotta agli abusi
Nominato vescovo di Chiclayo (nord del Perù) nel 2014, Prevost ottenne la cittadinanza peruviana per radicarsi totalmente nel suo gregge. Trovando una diocesi di matrice conservatrice legata all’Opus Dei, egli non operò rotture, ma integrò le diverse sensibilità in un governo profondamente sinodale e pastorale. Si distinse per l’aiuto ai rifugiati venezuelani, la strenua lotta contro la tratta di esseri umani e la prostituzione, e la creazione pionieristica di una Commissione per l’Ecologia Integrale guidata da una donna. Il suo mandato episcopale dovette però fronteggiare pesanti accuse mediatiche (sollevate da América Televisión) di aver insabbiato antichi casi di abusi sessuali attribuiti a due sacerdoti locali (Yesquén Paiva e Vásquez Gonzáles). La diocesi e lo stesso Prevost respinsero con forza le accuse, dimostrando di aver applicato tutto il rigore canonico richiesto, ascoltato le vittime, sospeso cautelativamente gli accusati e inviato tempestivamente i fascicoli alla Santa Sede. La ferma integrità di Prevost in questa drammatica vicenda fu pubblicamente difesa dal celebre giornalista investigativo Pedro Salinas (famoso per aver smascherato gli orrori del Sodalitium Christianae Vitae), il quale spiegò come le accuse contro il vescovo fossero in realtà ritorsioni mediatiche orchestrate dalle frange più oscure del conservatorismo peruviano, punite dallo stesso Prevost per volere di Papa Francesco.
V. L’ascesa romana e il cardinalato
Consapevole della caratura morale di Prevost, Papa Francesco lo richiamò a Roma il 30 gennaio 2023, nominandolo Prefetto del potentissimo Dicastero per i Vescovi. Elevato al cardinalato nel settembre dello stesso anno (con il titolo di Santa Monica) e promosso tra i cardinali-vescovi nel febbraio 2025, Prevost divenne il cuore pulsante del governo della Chiesa universale, plasmando le future gerarchie episcopali. La sua influenza divenne tale da renderlo, seppur con discrezione, uno dei candidati più autorevoli nel momento in cui la Sede Apostolica si rese vacante nell’aprile del 2025.
VI. Il Pontificato. I simboli, la liturgia e il “Ritorno dolce” alla tradizione
Dall’8 maggio 2025, Papa Leone XIV ha inaugurato un’era di straordinario equilibrio tra radicalismo evangelico e maestà istituzionale. Il suo primo discorso pubblico, pronunciato riprendendo l’uso dell’antica mozzetta rossa papale, è stato un’accorata supplica per una “pace disarmata e disarmante”. Ha mantenuto il suo motto agostiniano In Illo uno unum (In quell’uno, una cosa sola) e ha impresso nel suo stemma papale il giglio mariano e il cuore in fiamme trafitto dalla freccia dell’amore di Dio, simbolo della sua identità intellettuale e teologica. Sotto il profilo del governo e della liturgia, Leone XIV ha operato quella che i vaticanisti chiamano una “restaurazione dolce”, recuperando con saggezza l’eredità visiva e storica del papato accantonata nel decennio precedente. Ha abbandonato la residenza di Santa Marta per tornare ad abitare e lavorare nel fastoso Appartamento Papale del Palazzo Apostolico, ha ripristinato i soggiorni estivi nel complesso di Castel Gandolfo, ed è tornato a siglare i documenti ufficiali con l’antico acronimo P.P. (Pontifex Pontificum). Ha reintrodotto l’imposizione personale del pallio agli arcivescovi metropoliti, ha ricominciato a indossare la fascia papale ricamata con il proprio stemma, e ha sorpreso il mondo riprendendo l’uso dell’elegante cappello saturno bianco, inutilizzato dai tempi di Paolo VI. Dal punto di vista prettamente rituale, ha riportato la lavanda dei piedi del Giovedì Santo alla sua forma canonica (riservandola a dodici sacerdoti del clero romano) e, dimostrando un vigore fisico inusuale per i suoi predecessori, ha portato a mano la nuda croce per tutte le stazioni della Via Crucis al Colosseo. Parallelamente, ha emesso rigorose direttive a tutela dei riti orientali in Occidente, proteggendoli da contaminazioni o prevaricazioni latine.

VII. La dottrina. Antropologia granitica e tenerezza pastorale
Il magistero di Leone XIV è un formidabile intreccio di ferrea ortodossia dottrinale e squisita misericordia pastorale. Sul tema dell’aborto, la sua condanna è categorica e inappellabile, definendo tale pratica “il più grande distruttore della pace” e tuonando (nel suo memorabile discorso al Corpo Diplomatico del 2026) contro le ipocrisie degli Stati occidentali che finanziano l’interruzione di gravidanza anziché supportare le madri in difficoltà. Sul fronte dell’antropologia e della sessualità, il teologo formatosi all’Angelicum ha tracciato una linea intellettuale nettissima. Egli ribadisce che il matrimonio è esclusivamente l’unione indissolubile tra uomo e donna e condanna con rigore aristotelico l’ideologia di genere (gender), difendendo l’antropologia binaria e il legame inscindibile tra identità e corpo biologico voluto dal Creatore. Esclude categoricamente qualsiasi legittimazione dottrinale alle transizioni mediche o anagrafiche. Tuttavia, con sapiente acume, egli scinde totalmente l’errore filosofico dall’infinita sofferenza del singolo peccatore. Pertanto, accoglie senza riserve le persone transessuali e LGBTQ all’interno della comunità, offrendo loro i sacramenti alle condizioni previste dalla Chiesa, e — con grande realismo — mantiene in vigore le benedizioni pastorali per le coppie omosessuali volute da Papa Francesco, precisando con estrema durezza e chiarezza giuridica che tali gesti di pura pietà non debbano mai sfociare nel liturgico o assomigliare in alcun modo a un rito matrimoniale o a un avallo morale.
VIII. Geopolitica ed ecumenismo
Oltre gli scismi Sul piano internazionale, l’impegno di Leone XIV per la pacificazione globale ha trovato il suo apice nell’abbraccio con l’Oriente ortodosso. Il viaggio in Turchia del novembre 2025, in occasione dei 1700 anni del Concilio di Nicea, ha prodotto la monumentale “Dichiarazione Congiunta di Istanbul”. Firmata insieme al Patriarca Bartolomeo I, essa fissa impegni rivoluzionari: il superamento delle dispute giurisdizionali, la comune volontà di giungere alla comunione eucaristica e, soprattutto, l’impegno a celebrare stabilmente la Santa Pasqua in una data comune unificata, sanando una ferita millenaria. Durante quello stesso viaggio, dimostrando una dirittura teologica inossidabile, ha declinato con sommo garbo diplomatico l’invito politico a pregare pubblicamente all’interno di una moschea, evitando sincretismi mediatici e ribadendo il rispetto tra civiltà distinte ma teologicamente inconfondibili. La sua statura di mediatore planetario è stata ulteriormente suggellata dall’incontro in Vaticano con Re Carlo III del Regno Unito, che lo ha insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno.
Personalismo
L’inestimabile valore di questo primo anno di regno si condensa, per la mia anima, nell’incontro personale vissuto dallo scrivente l’11 febbraio 2026, memoria della Madonna di Lourdes, nell’Aula Paolo VI. Al termine di una straordinaria catechesi sulla Dei Verbum, ho avuto il privilegio di consegnare a Leone XIV la mia fatica letteraria, il saggio Francesco Magno. Un pontificato sine glossa. Il pontefice ha accolto il volume accarezzandolo con mani nodose e vissute. I suoi occhi azzurri, fieri e penetranti, hanno incrociato i miei con una dolcezza disarmante. Con una voce calda e sussurrata, mi ha ringraziato, elogiando il coraggio di chi indaga e tramanda la storia della Chiesa in modo oggettivo, esatto, privo di censure, sconti compromissori o ideologiche glosse rassicuranti. In quel fugace, eterno istante, ho compreso la vera natura del pontificato di Leone XIV: un magistero solidissimo, inossidabile e granitico, radicato nell’umiltà agostiniana e proiettato verso il futuro; la sintesi perfetta tra l’altera, sfolgorante e immutabile Verità teologica e la tenerezza del pastore che si fa carico delle ferite del mondo, offrendo all’umanità smarrita la speranza di una pace disarmata e autentica.












