IL PESO DELLA FASCIA E IL DOVERE DELLA MEMORIA. L’EREDITÀ DI GUARINO NELLE PAROLE DEL SINDACO PALUMBO

di Francesco Rizzo

Di fronte all’ombra lunga di un delitto impunito, la riflessione del sindaco Antonio Palumbo, affiancato da Sara Chianetta, e tanti giovani traccia la rotta per la Favara di domani.

C’è un filo rosso sangue che lega il 16 maggio del 1946 ai giorni nostri. Un filo che non si è mai spezzato, ma che oggi viene stretto saldamente tra le mani di chi ha scelto di fare della memoria un atto politico e sociale. Sapere che le parole di condanna e di speranza nascono dalla voce dell’attuale primo cittadino di Favara, Antonio Palumbo, restituisce al ricordo di Gaetano Guarino una dimensione istituzionale fortissima. Non si tratta più solo di un reperto storico, ma di un monito bruciante per il presente. Al suo fianco, in questa riappropriazione della storia cittadina, c’è Sara Chianetta, presidente del Centro Studi “Antonio Russello”. La loro vicinanza fisica e d’intenti non è casuale: rappresenta la saldatura necessaria tra le istituzioni e la cultura. Sono questi i due argini fondamentali per arginare e prosciugare il terreno in cui prospera quella che il sindaco definisce, senza mezzi termini, una “mala pianta”.

Sessantacinque giorni e ottant’anni di attesa

Il pensiero di Palumbo colpisce per la sua cruda lucidità. Riporta le lancette della storia a quel tragico 1946, ricordando come il primo sindaco eletto democraticamente a Favara sia stato abbattuto dai proiettili mafiosi dopo appena sessantacinque giorni di mandato. Pochi mesi, spesi interamente a lottare per gli ultimi e per i diritti dei contadini.

“Nessuno ha mai pagato per quella brutale esecuzione, una delle tante ferite che Favara non ha mai potuto far guarire.”

In questo passaggio si avverte tutto il peso della fascia tricolore che Palumbo indossa, la stessa che fu strappata a Guarino. C’è la consapevolezza di un’assenza di giustizia terrena che, a distanza di ottant’anni esatti — un arco di tempo che il sindaco definisce amaramente “quasi ieri” —, costringe l’intera comunità a fare i conti con una realtà ineludibile. La mafia e la violenza non sono fantasmi del passato, ma ombre con cui la città deve continuare a misurarsi a viso aperto.

La cultura e i giovani. L’antidoto di Favara

La commemorazione, tuttavia, non cede il passo alla rassegnazione. Ed è qui che il ruolo della società civile, incarnato dalla presenza di Sara Chianetta e dall’opera divulgativa del Centro Studi “A. Russello”, assume la sua valenza più profonda. La cultura è il grimaldello capace di scardinare l’omertà e la rassegnazione. Vedere i giovani favaresi emozionarsi davanti alla storia del loro antico sindaco martire è, per Palumbo, la vera scintilla. I ragazzi sono la terra fertile su cui ricostruire, la prova che c’è una Favara che respira aria pulita. Ma le istituzioni ci ricordano che l’emozione, da sola, non basta a fare la rivoluzione.

La legge come unica bussola

Il messaggio finale che arriva dal sindaco Palumbo è un imperativo categorico, un patto sociale da rinnovare ogni mattina. Non ci sono scorciatoie, non ci sono favori da chiedere al potente di turno.

Finché la cittadinanza rinuncerà a considerare le leggi come l’unica strada per l’affermazione del diritto di ciascuno, l’estirpazione della mentalità mafiosa resterà un miraggio. Gaetano Guarino è caduto per difendere le regole democratiche e i diritti degli oppressi; oggi, l’impegno di Antonio Palumbo e di Sara Chianetta ci ricorda che raccogliere quel testimone è un dovere civico a cui nessuno può più sottrarsi.

#nomafia #gaetanoguarino #legalità

Avatar photo
Francesco Rizzo
Articoli: 250

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *