Considerazioni a margine, venticinque anni dopo
Venticinque anni, all’interno delle mura scolastiche, non sono un semplice lasso temporale: sono un’era geologica. Se oggi il Professor Rosario Monti varcasse i cancelli di quell’antico seminario in Val di Susa, non troverebbe più i ragazzi della “Generazione MTV”, armati di Smemoranda, walkman e motorini truccati. Troverebbe una generazione silenziosa, curva sul bagliore blu degli smartphone, immersa in un ecosistema digitale che ha amplificato a dismisura le solitudini.
Eppure, alla luce delle profonde metamorfosi che l’istituzione scolastica ha subito – nel bene e nel male – l’insegnamento di Monti appare oggi non solo attuale, ma disperatamente profetico.
L’inveramento dell’esamificio. La scuola tra azienda e burocrazia
Nel romanzo, Monti lottava contro una scuola concepita come “esamificio”, opponendosi al grigiore del Professor Carlino e all’autoritarismo della Tarantini. Venticinque anni dopo, possiamo dire che la burocrazia temuta da Monti ha vinto, ma ha cambiato veste: si è digitalizzata. Il registro cartaceo, su cui Carlino segnava cinicamente i suoi “tre”, è stato sostituito dal registro elettronico, un panopticon digitale accessibile in tempo reale dai genitori, che trasforma il voto in una transazione fredda e istantanea. Nel male, la scuola odierna ha abbracciato una deriva aziendalistica: si parla di “crediti”, “debiti”, “competenze”, “valutazioni standardizzate” (Invalsi), trasformando spesso l’insegnante in un burocrate costretto a compilare infinite griglie Excel, PTOF e PDP. Il rischio che Monti paventava – concentrarsi sui voti dimenticando i vuoti – è oggi il dramma quotidiano di un sistema che ansima dietro i programmi ministeriali, lasciando sempre meno spazio alle “tempeste di entusiasmo” e alle lezioni all’aperto nei parchi autunnali. Nel bene, tuttavia, la scuola di oggi ha sviluppato anticorpi che venticinque anni fa non esistevano. L’inclusione, la tutela della neurodivergenza, l’attenzione ai Bisogni Educativi Speciali e l’introduzione (seppur faticosa) degli sportelli d’ascolto psicologico mostrano un’istituzione che, almeno sulla carta, cerca di farsi carico della fragilità degli studenti. L’autoritarismo cieco del passato è stato decostruito a favore di una didattica che cerca, a fatica, di essere più democratica.
La metamorfosi del rapporto docente-studente
Il cambiamento più drastico e doloroso si registra però nelle dinamiche relazionali. Il rapporto tra Monti e i suoi allievi, così carnale, viscerale e privo di barriere, oggi sarebbe impensabile, o quantomeno guardato con estremo sospetto. Viviamo nell’epoca della “distanza di sicurezza” e dell’ipersensibilità legale. Un professore che abbraccia un’alunna per farle ascoltare il proprio battito cardiaco, o che accetta di farsi invadere lo spazio privato da una studentessa in crisi come Monica, oggi finirebbe quasi certamente al centro di uno scandalo mediatico, ripreso dallo smartphone di qualche compagno di classe e processato nei tribunali dei social network. Il confine tra empatia necessaria e comportamento inopportuno si è fatto sottilissimo e rigidamente sorvegliato. I docenti di oggi si muovono su un campo minato, schiacciati dall’ingerenza (spesso aggressiva) di genitori sindacalisti dei propri figli e dalla paura di conseguenze legali. Questo ha portato a una sorta di “raffreddamento preventivo” delle relazioni. Il docente è chiamato a essere un facilitatore empatico, sì, ma mantenendo uno scudo asettico.
Dal cielo delle Meduse al cielo degli schermi
E gli studenti? Luca e Monica vivevano i loro drammi “a pelle”. Il loro cielo delle meduse era fatto di superficialità, ribellione fisica e motorini lanciati a folle velocità contro i muri. I Luca e le Monica di oggi covano un malessere molto più interiorizzato. L’ansia prestazionale, gli attacchi di panico e l’isolamento sociale (gli hikikomori) hanno sostituito lo “sklero” rumoroso degli anni Novanta/Duemila. Il loro “cielo delle meduse” non è più solo l’incapacità di guardare l’universo, ma è la superficie a specchio del display del telefono, una gabbia algoritmica che li convince di essere sempre connessi mentre li priva del contatto reale.

Il cuore dilatato, oggi
Rileggere Giuseppe Mongiovì oggi, dunque, significa rendersi conto di quanto sia diventato difficile, ma allo stesso tempo disperatamente vitale, il mestiere dell’insegnante. Oggi un Rosario Monti non morirebbe forse per una miocardiopatia dilatativa, ma per un burnout. Eppure, il messaggio centrale dell’opera resiste al tempo: la nozione non si fissa se non passa attraverso l’emozione. Nonostante i registri elettronici, le griglie di valutazione e i vetri degli smartphone, in ogni classe IV C d’Italia ci sono ancora decine di cuori che aspettano solo qualcuno disposto ad ascoltarli. Oggi, per essere dei buoni insegnanti, occorre un coraggio diverso da quello di venticinque anni fa: non si tratta più di abbattere le rigide barriere di una scuola antica, ma di ritrovare il calore umano e l’autenticità all’interno di un sistema iper-connesso, iper-controllato e, paradossalmente, freddissimo. Significa continuare a credere che, anche se non possiamo far appoggiare fisicamente la testa dei ragazzi sul nostro petto, possiamo ancora far sentire loro il battito di una cultura viva, capace di salvare la vita.











