La condanna della provincia: Ritorno a T.
Eccoci di nuovo qui, impantanati fino al collo nel sudore e nelle scartoffie del comune di T., perché Giuseppe Mongiovì ha deciso che non ci aveva ancora torturati abbastanza con le miserie della nostra provincia. Avendo già affrontato in passato le sue radiografie spietate dell’animo umano, sapevo a cosa andavo incontro: nessuna redenzione, nessun eroe senza macchia. E infatti, al centro di questa nuova farsa tragica, ritroviamo l’architetto Taboni, inossidabile capo dell’ufficio tecnico del comune di T.. Non fatevi illusioni, Taboni non è un paladino della giustizia; è l’incarnazione di una mediocrità istituzionalizzata, un uomo le cui notti insonni non sono popolate da alti ideali, ma dal sogno meschino di farsi la tanto agognata villa al mare. Si muove in un ecosistema familiare e sociale asfissiante, tra la moglie Teresa e la figlia Cettina, in un teatrino dove ogni slancio vitale viene affogato nel cinismo. E quando la monotonia viene spezzata dalla morte di un certo Castiglioni, la reazione di Taboni non è pietà, ma un goffo tentativo di intrufolarsi nelle indagini, suggerendo al comandante dei carabinieri che ci si trovi di fronte a un “giallo” da risolvere, e non a una comoda fatalità da archiviare in fretta. È la noia della provincia che cerca disperatamente un brivido nel sangue altrui.
Il grottesco trionfo dell’assurdo istituzionale
Ma il vero capolavoro del disincanto Mongiovì lo raggiunge dipingendo il contorno sociale, a partire dalla siccità che prosciuga la terra e i cervelli. Sono mesi che non piove, la gente si lamenta con la solita rassegnazione fatalista (“Nun chiovi da tanto tempo” ), mentre al nord – beffa delle beffe – “chiovi e chiovi”. E la risposta delle istituzioni a questo disastro? Un comizio del presidente della provincia che, con la faccia tosta tipica di chi ci governa, chiede ai cittadini “un comportamento responsabile”, arrivando al punto di suggerire agli uomini di smettere di farsi la barba tutti i giorni. È il trionfo dell’idiozia elevata a strategia politica, una presa in giro che scivola addosso a una cittadinanza ormai assuefatta a tutto.
La carne, la fame e l’orrore
In questo vuoto pneumatico di valori, l’unica cosa che resta è l’appetito, la soddisfazione compulsiva e bestiale degli istinti primari. Taboni ne è l’emblema fisico: osservatelo mentre entra nel bar di Mortizzo e, per colazione, si ingozza con tre cornetti, due cannoli alla ricotta, zeppole e pasticcini mignon, per poi completare l’opera portandosi via una bottiglia intera di amaro Averna. È una fame atavica, un bisogno disperato di riempirsi che fa il paio con l’altra grande pulsione del libro: quella carnale, torbida e malata. Mongiovì non ci risparmia niente, nemmeno la discesa negli inferi della vicenda di Adele Bartolo. Quella che potrebbe sembrare una banale storiella di provincia – una semplice “storia di pelo” – viene dichiaratamente elevata a “orrore puro” , tra sguardi sprecati, estasi animalesche e desideri che sanno di fango e bestialità.
Alla fine, chiudendo l’ennesimo capitolo di questa saga umana firmata Mongiovì, non resta che un sapore amaro in bocca. Una conferma cinica, ma ineluttabile, che siamo esattamente questo: creature affamate, incastrate nelle nostre meschinità burocratiche, pronte a scannarci per un po’ d’acqua o per un cannolo di troppo, in attesa che piova su un mondo che ha già smesso di sperare.
SINE GLOSSA
La vicenda si dipana nel comune di T., dove l’architetto Totò Taboni, capo dell’ufficio tecnico, trascina la propria esistenza tra le incombenze burocratiche e l’ossessione tutta privata di realizzare una villa al mare, sogno che alimenta le sue insonnie notturne. In un contesto provinciale asfissiante e degradato, il potere locale, rappresentato da figure come il sindaco Sceccuzza, si scontra con una siccità drammatica che il presidente della provincia tenta di gestire con comizi grotteschi, esortando i cittadini a comportamenti responsabili come l’evitare di radersi quotidianamente per risparmiare acqua. Taboni cerca di colmare il vuoto della sua vita attraverso abbuffate compulsive al bar di Mortizzo, dove divora pasticcini e cannoli innaffiati da amaro Averna, mentre la quiete del paese viene scossa dalla morte di un certo Castiglioni. Sebbene le autorità vogliano archiviare il decesso come un incidente naturale, Taboni insiste con il comandante dei carabinieri affinché il caso venga trattato come un giallo, manifestando più un desiderio di evasione dalla noia che un reale zelo per la giustizia. Parallelamente alla satira politica e burocratica, la trama sprofonda in territori oscuri con la vicenda di Adele Bartolo, una storia che trascende la semplice cronaca di seduzione per diventare, secondo l’autore, un orrore puro fatto di pulsioni bestiali e smanie inconfessabili. Il tutto si chiude in un’atmosfera di totale disillusione, in cui i ritrovi dei cantacunti locali al bar riflettono una cultura al tramonto e i grandi progetti urbanistici, come il nuovo palazzo di giustizia, si rivelano essere solo maschere per coprire corruzione e malaffare, lasciando Taboni e i suoi concittadini incastrati in una mediocrità perenne da cui non esiste via d’uscita.












