“L’ULTIMA ESTATE DI UN UOMO PERBENE” DI CARMELO SARDO. Un umile verità senza verità

di Francesco Rizzo

Dai discorsi al discorso

Se c’è un dovere assoluto che la critica letteraria deve assumersi, nel solco tracciato dai giganti del pensiero estetico e morale del Novecento — da Walter Benjamin con la sua angelica visione della storia come cumulo di macerie, a Roland Barthes con la destrutturazione del segno, fino alla vibrante e corsara indignazione civile di Pier Paolo Pasolini e all’illuminismo disincantato di Leonardo Sciascia — è quello di non arretrare di fronte all’abisso. Il critico non è un mero notaio del gusto, non è un compilatore di sinossi ad uso e consumo di un pubblico distratto. Il critico è uno speleologo del significato, un esegeta che scende nelle cripte del testo per riportare alla luce le ossa della verità. E quando ci si trova dinanzi a un’opera come L’ultima estate di un uomo perbene di Carmelo Sardo, questo compito assume i contorni di una vera e propria missione etica, di un imperativo categorico kantiano declinato nella forma della testimonianza civile. In questo saggio critico, che non ambisce a essere la dissezione definitiva e totale dell’opera, cercheremo di non lasciare nulla al caso. Procederemo parola per parola, concetto per concetto, disvelando l’ironia feroce, il sarcasmo istituzionale, le dinamiche politiche occulte e persino quel sostrato esoterico e simbolico che innerva l’intero costrutto narrativo. Carmelo Sardo non ha semplicemente scritto un libro: ha redatto un atto d’accusa, ha scolpito un epitaffio per l’innocenza perduta di un intero Paese, ha eretto un tribunale di carta lì dove i tribunali di marmo e cemento hanno fallito, tradendo il loro stesso mandato ontologico. Siamo chiamati a leggere questo libro non come un romanzo, non come un saggio, ma come un “dispositivo di svelamento”, per usare un’accezione foucaultiana. Sardo indaga le microfisiche del potere, quelle reti invisibili e strangolatorie che avviluppano il cittadino “perbene”, trasformandolo in un ingranaggio difettoso da espungere dal sistema. La letteratura qui si fa biopolitica: tratta della vita, della morte, e del potere che le istituzioni esercitano sui corpi e sulle anime degli individui.

Sic et simpliciter

Il testo ricostruisce la tragica e vera storia di Giuseppe “Pino” Tragna, un onesto direttore di banca agrigentino la cui vita viene spezzata dalla mafia, e la successiva, instancabile battaglia della sua famiglia per ottenerne giustizia. La vicenda prende le mosse alla fine degli anni Sessanta ad Agrigento, raccontando la nascita del profondo legame tra Pino e la moglie Mariella, da cui nasceranno i figli Gero e Ilaria. Uomo dedito alla famiglia e lavoratore integerrimo, Pino compie una brillante carriera all’interno della Banca Popolare Sant’Angelo, fino a quando, nel 1988, viene incaricato dai vertici di ispezionare e poi dirigere la problematica filiale di via Cicerone per rimetterne in ordine i conti. Con grande scrupolo professionale, il neodirettore scoperchia un torbido giro di assegni rubati e alterati, riconducibili a imprenditori collusi, in un periodo segnato da una sanguinosa guerra tra Cosa Nostra e Stidda. Facendo semplicemente il proprio dovere e bloccando queste operazioni illecite, Pino inizia a ricevere pesanti minacce telefoniche; per non allarmare la moglie, tuttavia, decide di sminuirle derubricandole a semplici “camurrie” di lavoro. La situazione precipita tragicamente il 18 luglio 1990: mentre sta parcheggiando la sua auto a San Leone per pranzare con la famiglia, Pino viene affiancato da un killer e barbaramente crivellato di colpi. A ritrovare il cadavere accasciato nell’abitacolo saranno proprio la moglie e il figlio Gero. All’omicidio fisico fa però seguito un efferato delitto morale: per giustificare l’uccisione di un estraneo alle cosche agli occhi dei gregari e per depistare le indagini, i mandanti mettono in giro una spietata “tragediata”, diffondendo la falsa voce che il direttore fosse un pedofilo ucciso per vendetta personale da un padre disperato. Il caso rimane irrisolto e avvolto in questa calunnia per anni, finché la svolta non si concretizza grazie alle dichiarazioni di Daniele Sciabica, un giovane agrigentino arrestato per altri reati in Germania che, pentitosi, confessa di aver fornito il motorino per l’agguato e fa il nome dell’esecutore materiale, l’amico Gianfranco Gandolfo. I successivi processi smantellano definitivamente le menzogne infamanti e portano alla condanna all’ergastolo del sicario, restituendo a Pino Tragna la sua dignità e certificando ufficialmente, dopo decenni di dolorose battaglie legali condotte da Mariella, Gero e Ilaria, il suo status di vittima innocente della mafia, ucciso unicamente per essersi opposto, da uomo perbene, agli interessi economici della criminalità.

La semiotica del titolo e l’ontologia dell’uomo “Perbene”

Partiamo dal frontespizio, la soglia d’ingresso di questo tempio di dolore. L’ultima estate di un uomo perbene. Ogni parola è un macigno, ogni termine è calibrato con la precisione chirurgica di un boia o di un chirurgo salvifico — in questo caso, la seconda. L’aggettivo “ultima” racchiude in sé l’essenza della tragedia greca. È l’ineluttabilità del destino. Sappiamo, fin dalla copertina, che c’è una fine, un crepuscolo definitivo. Sardo ci nega il conforto del lieto fine borghese. La tensione narrativa non è rivolta alla salvezza del protagonista, ma alla decifrazione della sua caduta. In questo, Sardo si ricollega ad Albert Camus ne Lo Straniero: l’assurdità dell’esistenza umana di fronte alla macchina giudiziaria che avanza cieca. Il sostantivo “estate” non è una mera coordinata temporale. Nella letteratura del Sud, e specificamente in quella siciliana di cui Sardo è erede e interprete magistrale, l’estate non è la stagione della spensieratezza vacanziera. È la stagione dell’abbaglio, della luce accecante che confonde le ombre, del calore che imputridisce la carne e le coscienze, del sole nero della malinconia. È l’estate del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, un’estate che immobilizza e cristallizza le ingiustizie in un sonno eterno. L’estate in cui si consuma l’esistenza del protagonista è un calderone alchemico in cui la vita evapora, lasciando solo scorie di dolore. E poi arriviamo all’espressione cardine: “uomo perbene”. C’è un’esegesi politica ed esoterica da fare su questo termine. In un’Italia strutturalmente fondata sull’eccezione, sul compromesso, sul clientelismo e sulla mafiosità strisciante, essere “perbene” non è una virtù: è un’anomalia di sistema. L’uomo perbene è colui che non ha santi in paradiso, che non appartiene a logge coperte (qui il primo riferimento esoterico ai fili invisibili del potere), che confida ingenuamente nella res publica. Pasolini diceva che l’Italia è un Paese senza verità perché è un Paese senza memoria. Sardo ci dice che l’Italia è un Paese senza giustizia perché ha paura degli uomini perbene. La “perbene-ità” è un affronto al potere corrotto. Chi è perbene cammina disarmato in un campo di battaglia dove tutti gli altri indossano armature di cinismo. Il protagonista non muore nonostante sia un uomo perbene; muore esattamente perché lo è. La sua dirittura morale è la sua condanna a morte. Il sottotitolo è una cesellatura di indignazione: una storia dimenticata, una verità negata. Si noti il chiasmo concettuale. La “storia dimenticata” fa riferimento all’azione passiva della collettività: l’oblio, l’amnesia di massa che anestetizza le coscienze moderne, drogate dal sensazionalismo effimero. Ma la “verità negata” introduce un agente attivo, colpevole. La verità non si nega da sola: c’è un Soggetto Occulto, un Moloch istituzionale, che compie l’atto della negazione. Qui emerge il pensiero di Sciascia: lo Stato che si fa anti-Stato, l’autorità che, per preservare la propria infalibilità burocratica, sacrifica la verità sull’altare della ragion di Stato. L’ironia amara è palpabile: viviamo nell’Era dell’Informazione, ma la verità sostanziale ci viene chirurgicamente sottratta.

L’esoterismo del potere e l’ironia istituzionale (La nota dell’editore come testo cifrato)

Scivoliamo all’interno del volume, e a pagina 4 ci imbattiamo nella “Nota dell’Editore”. Un lettore disattento la liquiderebbe come una formula di rito, un disclaimer legale. Ma in questa nostra indagine non c’è spazio per la superficialità. La nota afferma: Il libro ricostruisce fatti realmente accaduti, attraverso atti giudiziari, documenti, testimonianze e memorie familiari. Per le persone coinvolte e/o citate a vario titolo vale il principio della presunzione di innocenza. Per i condannati in via definitiva vale sempre il principio del rispetto dei diritti fondamentali della persona.Qui il sarcasmo, seppur ammantato di gelida burocrazia, tocca vette altissime, pirandelliane. Sardo (e l’editore Zolfo, il cui stesso nome rimanda all’elemento diabolico, purificatore e ctonio, materia del sottosuolo siciliano, materia che infiamma e puzza d’inferno) utilizzano le stesse parole del Diritto per smascherare il fallimento del Diritto. Si invoca la “presunzione di innocenza”, quel sacro Graal della giurisprudenza moderna, in un libro che racconta esattamente di come la presunzione d’innocenza sia stata calpestata, umiliata, derisa dai carnefici in toga o in divisa. L’autore sta ponendo uno specchio di fronte alla mostruosità del Leviatano giudiziario: si attiene alle regole di quel sistema che ha distrutto l’uomo perbene, quasi a voler dimostrare che la forma (il Diritto) si è ormai completamente separata dalla sostanza (la Giustizia). È un atto di esoterismo procedurale: si utilizzano le formule magiche della Legge (i “diritti fondamentali”, la “presunzione”) per mostrare che il Re è nudo, che la magia nera del potere costituito ha generato solo un vuoto simulacro. Sardo usa gli “atti giudiziari”, ovvero i Vangeli apocrifi del sistema, per rovesciarne il dogma. Trasforma il fango della burocrazia nell’oro della verità letteraria. È un’operazione alchemica a tutti gli effetti.

L’iniziazione dell’amore e il coro della tragedia (La Dedica)

A pagina 5 troviamo la dedica. A Pino e al suo nobile coraggio. A Mariella, a Ilaria e a Gero, che con la loro battaglia ci hanno insegnato il vero senso civico: quello dell’amore. A Vittoria, che ha portato il… Questa non è una pagina preliminare; è il cuore pulsante e l’antidoto al veleno dell’intera storia. Nella tragedia greca, il Coro ha la funzione di commentare l’azione e di rappresentare la saggezza della polis. Qui, Pino, Mariella, Ilaria, Gero e Vittoria sono molto di più: sono la Resistenza umana contro la disumanizzazione di Stato. Soffermiamoci su un concetto rivoluzionario che Sardo esprime qui con nitore filosofico: il vero senso civico: quello dell’amore. Questa associazione è devastante per la mentalità burocratica. Noi siamo abituati a pensare al “senso civico” come a un dovere freddo, all’obbedienza alle leggi, al pagamento delle tasse. L’ordine costituito vuole cittadini disciplinati, non cittadini innamorati. Sardo sovverte il paradigma: l’amore disinteressato per i propri cari, l’ostinazione affettiva che non si arrende dinanzi ai muri di gomma dei tribunali, diviene l’atto politico per eccellenza. L’amore qui assume i connotati dell’Eros platonico, una forza ascendente che cerca la verità e l’assoluto. Di fronte a uno Stato-macchina (il Thanatos, la morte civile), la famiglia dell’uomo perbene oppone l’urgenza carnale e spirituale dei legami di sangue e d’affetto. È la lotta eterna tra Antigone e Creonte. Antigone, che per amore del fratello sfida la legge scritta della città, invocando una legge non scritta, superiore, etica. Sardo elegge questi familiari ad Antigoni contemporanee. Il loro non è semplice lutto; è militanza.

La letteratura d’inchiesta come atto politico

Siamo abituati, in Italia, a un giornalismo che spesso si fa megafono delle procure (il famoso “giornalismo d’inchiesta” che in realtà è “giornalismo di cancelleria”, che si limita a ricopiare le ordinanze di custodia cautelare). Carmelo Sardo rappresenta l’esatto opposto, l’antitesi di questa degenerazione. Sardo utilizza gli strumenti dell’indagine per fare il contropelo al Potere.La sua politica non è partitica, è una politica ontologica. Si chiede: a chi appartiene il corpo del cittadino? Di fronte all’errore giudiziario o alla macchinazione dello Stato, l’individuo si scopre essere pura “nuda vita” (Giorgio Agamben). Lo Stato sovrano ha il potere di eccezionalità: può decidere di sospendere i diritti dell’uomo perbene, in nome di una logica superiore o, più banalmente, per coprire le proprie mancanze. L’ultima estate di un uomo perbene si colloca nella scia dei grandissimi romanzi inchiesta, come A sangue freddo di Truman Capote o L’Avversario di Emmanuel Carrère, ma se ne distacca per il bersaglio. Non si scava qui nella patologia dell’assassino, ma nella patologia dell’Istituzione. È lo Stato a compiere il delitto perfetto, quello in cui la vittima viene assassinata non solo fisicamente o civilmente, ma anche nella memoria. L’omicidio della reputazione, l’annientamento della verità, sono le armi di distruzione di massa di un potere che non tollera le voci fuori dal coro.

Il fatto che il libro sia edito da “Zolfo” (con il suo catalogo che include titoli come “L’uomo invisibile”, “Il fantasma di Heilbronn”, “Monologo di un assassino” — come si evince dalle pagine posteriori del testo, una chiara propensione della collana verso l’esplorazione del lato oscuro, del crimine vero, del torbido) testimonia la precisa volontà editoriale e autoriale di scendere agli inferi. Lo zolfo è l’elemento chimico legato ai processi di purificazione ma anche al demoniaco. La verità puzza di zolfo. Scomoda, brucia gli occhi, irrita le narici della borghesia benpensante. Leggere Sardo significa inalare questo zolfo, accettare di intossicarsi per potersi finalmente svegliare dal torpore della menzogna mediatica.

Il sarcasmo della storia e la tragedia siciliana

Non si può comprendere a fondo l’opera di Carmelo Sardo se non si tiene conto della sua identità geografica e culturale. La Sicilia è la metafora perfetta del mondo intero, sosteneva Sciascia. E in questo libro, anche se i fatti assumono una portata universale, il retaggio siciliano dell’autore si riverbera in quella percezione fatalistica e al tempo stesso indomita della giustizia. C’è un sarcasmo intrinseco nella Storia italiana, che Sardo coglie alla perfezione. È il sarcasmo per cui le vittime devono trasformarsi in investigatori. I parenti dell’uomo perbene sono costretti a sostituirsi agli organi inquirenti, a studiare i faldoni, a cercare le prove. Lo Stato, che dovrebbe essere il Padre protettivo, si rivela un Saturno che divora i propri figli, e i sopravvissuti devono lottare contro il genitore impazzito per strappargli dalle fauci il buon nome della vittima. Sardo narra questo paradosso con una lingua tagliente, scarnificata, priva degli orpelli retorici che spesso appesantiscono la prosa civile. Non ha bisogno di urlare, perché i fatti che espone sono di per sé assordanti. La sua penna è un bisturi. Apre la ferita, ne mostra la cancrena, ma non si compiace dello splatter giudiziario. Il suo è un distacco emotivo apparente, che in realtà nasconde una partecipazione totale, un incendio interiore.

La dimensione esoterica dell’oblio

Abbiamo accennato alla “storia dimenticata”. Esiste, nella visione di Sardo, un “Esoterismo dell’Oblio”. La società moderna pratica una sorta di cancellazione della memoria (la damnatio memoriae dei Romani) in maniera sistemica. Le notizie durano lo spazio di un mattino, i drammi umani vengono consumati e sputati dal tritacarne dell’informazione. Affinché la menzogna di Stato trionfi, c’è bisogno del concorso di colpa della collettività: l’indifferenza. L’esoterismo non è solo ciò che è nascosto intenzionalmente, ma anche ciò che abbiamo davanti agli occhi e decidiamo di non vedere. Il segreto del Potere di fronte alla tragedia dell’uomo perbene sta proprio nel renderla invisibile attraverso la saturazione, l’indifferenza, la normalizzazione dell’abuso. Scrivendo questo libro, Sardo compie un rito magico di segno opposto: un’evocazione. Richiama in vita lo spettro dell’uomo perbene, e lo pone al centro della stanza, affinché tutti debbano farci i conti. È un’operazione simile al fantasma del padre di Amleto: uno spirito inquieto che torna dagli spalti del purgatorio per denunciare l’usurpatore e chiedere vendetta, o meglio, giustizia. Sardo è l’Orazio di questo Amleto, l’amico fedele, lo scrittore a cui è affidato il compito di narrare la storia vera (“Report me and my cause aright / To the unsatisfied”).

Analisi linguistica e concettuale (Il Micro-Testo)

Procediamo ora a un carotaggio parola per parola di alcuni dei concetti chiave espressi nell’impianto dell’opera.

  • Verità negata. La negazione (dal latino negare, dire di no) è l’atto fondativo della tirannia. La verità esiste, è tangibile, è documentale. Ma il potere esercita il suo diritto di veto sulla realtà. In questo ossimoro concettuale Sardo sintetizza decenni di depistaggi italiani (da Piazza Fontana alle stragi di mafia, fino ai casi di cronaca giudiziaria che distruggono il singolo individuo). La verità non è “introvabile”, è “negata”. C’è un muro di gomma eretto consapevolmente.
  • Uomo perbene. La locuzione unisce “per” e “bene”. Indirizzato verso il Bene. L’uomo perbene non è l’eroe omerico, non è il santo martire. È l’individuo borghese, normale, che paga le tasse, ama la famiglia, lavora onestamente. La sua normalità è la sua grandezza, e al contempo la sua colpa imperdonabile agli occhi del Sistema. In una società malata, chi è sano viene visto come un infetto.
  • Coraggio/Amore. Ne abbiamo parlato, ma giova ribadirlo sotto l’aspetto lessicale. L’accostamento tra “nobile coraggio” (dedicato a Pino) e la battaglia intrapresa per “amore”, sposta il lessico del Diritto nel campo semantico del sentimento puro. Sardo sconfigge l’aridità della sintassi giudiziaria inondandola di umanità. È la ribellione della Letteratura contro il Burocratese. Dove il burocrate scrive “il soggetto in questione”, Sardo scrive “un uomo perbene”. Dove il PM scrive “presunto colpevole”, Sardo scrive “vigliacco come chi non sa amare”.

Il sistema giudiziario come macchina tritacarne e il ruolo dell’intellettuale

Cosa deve fare l’intellettuale oggi? Deve partecipare ai talk show? Deve scrivere tweet indignati? No. Carmelo Sardo, con questo libro, ripristina la statura morale dello Scrittore con la “S” maiuscola. Egli si fa topo da biblioteca e cane da guardia della democrazia. La sua indagine, che poggia sui documenti (“atti giudiziari, documenti, testimonianze e memorie familiari”, come si legge a pagina 4), non è arida cronistica. È una “ricostruzione” (un termine architettonico: rimettere in piedi un edificio crollato). Sardo è un architetto della memoria. Raccoglie i calcinacci della vita dell’uomo perbene, frantumata dalla ruspa della malagiustizia, e ricompone il mosaico dell’innocenza. La politica italiana ne esce devastata, non perché venga attaccato un partito specifico, ma perché viene messo a nudo il fallimento sistemico dello Stato di Diritto. Sardo smaschera il grande inganno: il patto sociale di Rousseau si è rotto. Il cittadino cede sovranità allo Stato in cambio di protezione e giustizia. Se lo Stato, invece di proteggerlo, lo annienta, il contratto è nullo. Il libro di Sardo è la certificazione di questa nullità, la dichiarazione di fallimento etico delle istituzioni di garanzia. L’ironia di cui il libro è intriso non è la commedia leggera, è l’umorismo tragico e pirandelliano. Si ride a denti stretti, con una smorfia di disgusto, leggendo le assurdità procedurali, i paradossi delle indagini, i vicoli ciechi creati ad arte da chi non voleva vedere. È l’ironia che scaturisce dal paradosso di un mondo in cui, se cerchi la giustizia in tribunale, rischi di uscirne condannato.

Le sette parole del giusto nell’agonia della verità. Glossario per una resurrezione civile

1. PERBENE

Il concetto di “perbene” in Sardo non è un grado dell’essere, ma una categoria politica sovversiva. Filosoficamente, l’uomo perbene è colui che vive secondo l’etica della responsabilità kantiana in un sistema dominato dall’etica della convenienza machiavellica. Semanticamente, il termine fonde “per” (direzione) e “bene” (il sommo bene aristotelico): una vita indirizzata. Numeri: nell’opera, la ricorrenza di questo aggettivo definisce il protagonista non solo come vittima, ma come “misura” di ciò che lo Stato ha perduto. L’uomo perbene è l’anomalia di sistema: la sua esistenza onesta agisce come un solvente che, involontariamente, scioglie le armature dei corrotti. È la dignità del quotidiano che, di fronte al crimine, diventa atto eroico. Senza l’uomo perbene, la narrazione non avrebbe il suo centro morale: egli è lo specchio in cui la società si rifiuta di guardarsi, perché vedrebbe riflessa la propria mediocrità.

2. INNOCENTE

Innocente deriva dal latino in-nocere, “non nuocere”. Semanticamente, implica una purezza primordiale che l’inchiesta di Sardo cerca di ricostruire faticosamente contro la damnatio memoriae mafiosa. Filosoficamente, l’innocenza nel libro è lo spazio sacro che il Potere — inteso come apparato giudiziario-burocratico — tenta di profanare. Numeri: il sostantivo e le sue declinazioni appaiono con una frequenza che marca il ritmo della battaglia processuale. La lotta per il riconoscimento dell’innocenza di Pino Tragna non è solo una vicenda giudiziaria, è una disputa ontologica: chi ha il diritto di definire la verità? L’innocente di Sardo è il “giusto” biblico, colui che soffre per la rettitudine, e la sua innocenza postuma è la vittoria finale della memoria sulla barbarie della menzogna organizzata.

3. MAFIOSO

Il termine “mafioso” in questo testo non è solo una qualifica penale, ma una cifra esistenziale che pervade l’intera morfologia del libro. Semanticamente, descrive non solo l’appartenenza alle cosche, ma l’adesione a un paradigma di prevaricazione diffusa. Filosoficamente, il mafioso è l’anti-cittadino: colui che nega il contratto sociale per imporre un proprio codice gerarchico basato sul terrore. Numeri: è l’aggettivo che, insieme alle sue declinazioni, saturando la narrazione, rende l’atmosfera irrespirabile. Sardo non usa il termine in modo astratto, ma lo declina nell’azione concreta: il gesto, la minaccia, il depistaggio. Il mafioso è colui che trasforma il mondo in una giungla dove solo la viltà e la violenza hanno diritto di cittadinanza, negando all’altro lo statuto di essere umano.

4. DIRETTORE

Il “Direttore” è l’emblema della funzione. Semanticamente, il termine si riferisce alla direzione (guida) di un ente bancario, ma filosoficamente assurge a metafora della condotta di vita. Il Direttore di Sardo è il custode delle regole, il garante della trasparenza. La sua funzione è quella di “dirigere” le risorse secondo criteri di onestà, il che lo pone in rotta di collisione con la logica predatoria della mafia. Numeri: con 215 occorrenze, è il sostantivo più denso del libro. Il Direttore rappresenta l’ordine che si scontra col caos. La sua morte trasforma il ruolo lavorativo in martirio civile: il Direttore che muore per non aver chinato la testa è il guardiano di una banca che non è solo fatta di soldi, ma di fiducia sociale.

5. PADRE

Il sostantivo “Padre” articola l’intera dimensione affettiva dell’opera. Semanticamente, è la radice biologica (Pino come genitore di Gero e Ilaria), ma filosoficamente è il principio di autorità e protezione che viene drammaticamente a mancare. Numeri: 184 occorrenze. Il “padre” in questo libro è anche l’eredità: la perdita del padre condanna i figli a diventare, prematuramente, “uomini” capaci di cercare giustizia. Il trauma dell’assenza del padre è il motore della battaglia di Mariella, Gero e Ilaria. Senza il Padre, il mondo diventa orfano di giustizia, costringendo i figli a cercare un nuovo padre, ovvero la Verità, attraverso la fatica della ricerca giudiziaria e dell’attivismo.

6. FAMIGLIA

La famiglia è il concetto bifronte del libro, il vero campo di battaglia dialettico. Semanticamente, oscilla tra il nido domestico (l’amore di Pino, Mariella e figli) e il clan criminale (la “famiglia mafiosa”). Filosoficamente, questa duplicità rappresenta la lotta tra l’Amore e il Potere. Numeri: 156 occorrenze. Sardo usa la famiglia mafiosa per mostrare la parodia distorta del legame di sangue: dove la famiglia sana si fonda sull’amore, quella criminale si fonda sull’omertà. La distruzione della famiglia di Pino è il crimine supremo, perché mira a cancellare la cellula primaria della società umana, sostituendola con una gerarchia che conosce solo il sangue e il silenzio.

7. PAURA

La Paura è la “sostanza scura” del romanzo. Filosoficamente, è la negazione della libertà. Semanticamente, Sardo la usa come un bisturi per sondare la viltà dei carnefici e il coraggio della vittima. La paura è la materia di cui sono fatti i bugiardi: chi ha paura mente per occultare la propria inadeguatezza. Numeri: 8 occorrenze singolari e diverse declinazioni; un numero esiguo ma potentissimo, perché ogni volta che la parola appare, il testo si ferma a tremare. È l’unica entità che unisce vittima e carnefice in un gioco tragico: l’uno ne è vittima consapevole e la vince col sacrificio, gli altri ne sono schiavi incoscienti e la usano come arma per annichilire l’altro. La paura, in definitiva, è il confine tra l’umano e il mostruoso.

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Francesco Rizzo
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