Articolo di Francesco Rizzo – Direttore editoriale di Sorsi e Morsi
Siamo nel 2026. Tra due giorni celebriamo i centocinquantanove anni dalla nascita di Luigi Pirandello e ci avviciniamo ai novanta dalla sua morte. Se guardo fuori dalla finestra, se ascolto il brusio di questo Paese, non posso fare a meno di sorridere di un sorriso amaro, quasi pirandelliano: abbiamo cambiato i costumi, abbiamo aggiornato il linguaggio, abbiamo trasformato le nostre piazze in metadati, ma la recita è rimasta la stessa. Anzi, è diventata più ossessiva, più claustrofobica. La verità, che spero nessuno mi perdoni per averla detta, è che in Italia, nell’ultimo secolo, non è cambiato assolutamente nulla.
Siamo convinti di aver fatto passi da gigante. Guardiamo con sufficienza all’Italia del primo Novecento, quella descritta dal Maestro di Agrigento, convinti che le sue angosce fossero il retaggio di un mondo arcaico, di un’epoca fatta di salotti e convenzioni borghesi. Ma guardate bene: cosa sono i nostri profili social, se non la versione iperbolica e digitale di quel bisogno disperato di “forma” che tormentava Mattia Pascal? La nostra necessità di apparire, di essere riconosciuti, di costruirci una maschera che sia “socialmente accettabile” e “vincente”, è la fotocopia esatta di quel teatro in cui si muovevano i personaggi pirandelliani. Abbiamo solo sostituito lo specchio di casa con lo schermo dello smartphone. La sostanza del dramma — il conflitto tra chi siamo dentro e chi dobbiamo essere fuori — è rimasta identica.
Prendete la politica, quel teatro dell’assurdo che ci definisce. Leggere le cronache odierne è come rileggere le pagine di I vecchi e i giovani. I giochi di potere, le trasformazioni repentine, il trasformismo viscerale di un ceto politico che cambia pelle (e casacca) a seconda del vento, non sono una novità di questo decennio. Sono il DNA della nostra vita pubblica. Siamo un Paese che ama le forme perché ha il terrore della sostanza. Ci scanniamo per una legge, per una dichiarazione, per un post, ma nel profondo sappiamo che tutto questo è pura messa in scena. La politica italiana è un copione che si riscrive ogni giorno per non cambiare mai il finale: il mantenimento di un sistema dove l’apparenza è l’unica moneta di scambio.
Anche nel rapporto tra le generazioni, Pirandello ci ha guardato nel profondo già cent’anni fa. Il conflitto che vivo oggi con i miei figli non è diverso da quello che i padri del 1926 vivevano con i loro. C’è sempre lo stesso scollamento, la stessa incapacità di comunicare perché siamo entrambi prigionieri di ruoli rigidi. Io, il padre che deve rappresentare la “stabilità”, loro, i figli che devono rappresentare il “nuovo”. Ci guardiamo attraverso una coltre di aspettative che nessuno dei due ha scelto. Il tempo è passato, le tecnologie si sono evolute, ma la solitudine che nasce quando smettiamo di recitare e ci ritroviamo, nudi, nel silenzio della nostra casa, è la stessa identica solitudine di un secolo fa.
Non abbiamo fatto passi avanti. Abbiamo solo accumulato maschere. Siamo diventati una nazione che ha perfezionato l’arte della simulazione, rendendola una competenza tecnica. L’italiano del 2026 è il risultato finale di questo esperimento centenario: un individuo che ha dimenticato come si fa a essere se stesso, perché essere se stessi significa essere vulnerabili, significa essere “nessuno”. E in questo Paese, essere nessuno è l’unico crimine che non viene perdonato. Preferiamo essere “centomila”, preferiamo essere cloni di un modello preconfezionato, pur di non guardare negli occhi il vuoto che ci portiamo dentro.
La grandezza di Pirandello non stava nell’aver previsto il futuro, ma nell’aver capito che il presente umano è statico. L’uomo è un animale che ha paura di se stesso e che, per questo, si costruisce una gabbia di convenzioni. In Italia, abbiamo eretto la gabbia a monumento nazionale. Celebrare Pirandello oggi significa ammettere la nostra sconfitta: non siamo cresciuti, non siamo maturati, non abbiamo trovato una via di fuga. Siamo ancora lì, ad Agrigento o a Roma, in un palcoscenico che non chiude mai, a recitare parti che non abbiamo scritto e di cui, in fondo, non ci importa nulla.
Forse, l’unico vero atto di ribellione, dopo centocinquantanove anni, sarebbe smettere di celebrare il Maestro come un reperto archeologico e iniziare a usare le sue parole come una spranga per scardinare questa porta che ci tiene chiusi dentro noi stessi. Ma temo che, anche stavolta, preferiremo indossare la maschera del “commentatore riflessivo”, pubblicare il nostro bel post celebrativo e continuare, imperterriti, la nostra commedia. Perché, alla fine, il Paese che non cambia mai è lo specchio perfetto di chi, per paura, ha deciso di non cambiare mai.












