Le “brivature” sono bevai tipici degli ambienti rurali, di solito caratterizzati da una grossa vasca in pietra utilizzata per il ristoro degli animali o come luoghi di raccolta di acque sorgive.

Questi bevai sono la testimonianza più nobile, e per molti aspetti poetica, della civiltà contadina, come luoghi di sosta per gli animali da soma (soprattutto muli e asini, come capre, pecore e buoi) e per gli stessi braccianti che rientravano dal faticoso lavoro nei campi; e per le donne, che lì riempivano le “lancedde” e i “bummuli” di preziosa acqua.

E l’immagine della astroricità contadina, della rinunzia a una civiltà che ha coinciso con l’eclisse della cultura umanistica. Così le “brivature” si sono lastricate di melma e depredate dalle erbacce, rimanendo solo come un antico ricordo, squisitamente povero, della vecchia riforma agraria in Sicilia. Ecco, è proprio un’immagine mitica dell’Isola: come in un film, nel bianco e nero contrastato dalla luce, entro i campi lunghi di un paesaggio desolato e taciturno, in una pausa secolare della storia, lì appaiono le “brivature”.

Ne portiamo ad esempio una, posta in aperta campagna, a Raffadali, laddove la terra incolta sembra un tragico ritorno del latifondo. Si chiama “Piliceddi” ed è posta nell’angolo di un vallone, a pochi passi da un anfratto, vicino a una vecchia masseria abbandonata che richiama una vita intensa e operosa di cui non rimane più alcuna traccia visibile. Eppure questo bevaio è lì, schiacciato dalla natura, con l’acqua che scorre a filo tenue resistendo alle stagioni, ed è un vero e proprio monumento che andrebbe subito recuperato, insieme a tutti gli altri, a futura memoria della dignità del lavoro contadino. In più, ha due caratteristiche che lo rendono unico: la sua costruzione risale al 1500, ed ha una forma vagamente antropomorfa, ricordando un essere umano con le braccia e le gambe composte che dal busto ai piedi si compone di vasche sempre più piccole. È un vero e proprio capolavoro, senza mezzi termini.

Per questo motivo sosteniamo la costituzione di un “Comitato per la Salvaguardia della Cultura Rurale“, iniziando proprio da un’iniziativa pubblica che invita cittadini, associazioni, studiosi e volontari a partecipare a una giornata di pulizia e di tutela della “brivatura” di Piliceddi. Sarà il primo passo concreto di un progetto più ampio, volto a recuperare, mappare e valorizzare le antiche “brivature” del nostro territorio, a tutela di un patrimonio identitario che non può e non deve essere lasciato morire. Non lasciamo che la nostra storia si consumi nel silenzio. Difendiamo la bellezza povera e autentica che ci appartiene. Restituiamo dignità ai luoghi che parlano del loro lavoro, della loro resistenza, della loro umanità. Perché la memoria non si conserva in un museo: vive nella terra e nelle mani di chi la cura.

Sono la testimonianza di una storia popolare e anonima, fatta di sudore, di dignità e di resistenza. La loro rovina non è segno di un’epoca che finisce, ma il tragico risultato dell’abbandono di una cultura. Recuperarle significa non solo preservare un manufatto, ma ridare dignità a una memoria storica che rischia di perdersi, una memoria che è fatta di gesti semplici ma potentemente umani. In questo senso, le “brivature” ci parlano di un’umanità più vicina e tangibile rispetto alle più venerate quanto fraintese colonne doriche; umanità fatta di fatica, necessità e legame con la terra. Non sono un’immagine mitica nel senso di epica, ma di una mitologia quotidiana, un vero e proprio “monumento che parla del lavoro, della resistenza, e dell’umanità” delle persone comuni. Ci connettono direttamente con la nostra storia, con un passato non di eroi ma di radici, di un’identità che vive “nella terra e nelle mani di chi la cura”.